Le speranze di vita dei malati di tumore al polmone potrebbero ora depositarsi nel nuovo preparato CimaVax-EGF, che Cuba presenta come primo vaccino al mondo nella terapia contro questo tipo di tumore. In realtà è da quasi trent’anni che l’isola caraibica sperimenta e somministra farmaci per il trattamento di patologie oncologiche, con test clinici che sembrano non concludersi mai ed evidenze scientifiche da confermare. E per giunta, c’è una storia venuta alla luce di business poco chiari su un altro antitumorale.
Da Barcellona, Lucia Cumpostu
Che i medici e i ricercatori cubani siano fra i migliori professionisti a livello internazionale non è una novità, basti pensare che il vaccino contro la meningite e quello contro la febbre tifoidea sono entrambi “made in Cuba”.
Tuttavia, se parliamo di protocolli internazionali e, nella fattispecie, degli assetti normativi stabiliti dal nostro Ministero della Sanità in materia di farmaci, risulta evidente una certa discrepanza fra il rigore scientifico richiesto dalle istituzioni italiane e le sole sperimentazioni cubane sui preparati antitumorali che da qualche tempo occupano un posto di rilievo sui nostri media nazionali.
Un mese fa il Centro di Immunologia Molecolare dell’Avana ha presentato alla comunità internazionale il primo vaccino terapeutico (non preventivo) contro il tumore al polmone, risultato di molteplici anni di studi e trial clinici ancora in corso, che hanno coinvolto un migliaio di pazienti nella fase avanzata della malattia.
I ricercatori del Centro cubano spiegano che il preparato CimaVax-EGF è un analogo del fattore di crescita epiteliale EGF, una proteina del nostro organismo che stimola le cellule a crescere e ne favorisce la proliferazione (mitosi). In presenza di cellule cancerogene l’EGF si comporta, purtroppo, allo stesso modo, scatenando quindi la diffusione delle cellule tumorali. È proprio agendo sulle cellule che producono l’EGF che il nuovo vaccino sarebbe in grado di inibire la replicazione di cellule cancerose, riuscendo dunque a bloccare la crescita del tumore e in molti casi a ridurlo.
Il CimaVax-EGF viene presentato come farmaco in grado di migliorare lo stato di salute di coloro che avendo raggiunto le fasi tre o quattro del tumore, cioè quelle più critiche, non riportano più benefici dai trattamenti di chemioterapia o radioterapia e non hanno alternative terapeutiche di altro genere. Attualmente il vaccino viene distribuito gratuitamente negli ospedali cubani che trattano questo tipo di pazienti, anche perché, è bene ricordarlo, Cuba ha un’incidenza altissima di tumori al polmone, e in 12 delle 15 province dell’isola questo tipo di tumore costituisce la prima causa di mortalità.
La direttrice del progetto Gisela González ha reso noto agli organi di stampa cubana che il farmaco “offre la possibilità di trasformare un tumore in fase avanzata in malattia cronica controllabile, dal momento che riesce a generare gli anticorpi contro le proteine che scatenano la perdita di controllo nei processi di proliferazione cellulare”.
Le notizie riportate dall’agenzia di stampa cubana riferiscono anche che 30 pazienti di un centro ospedaliero a Santiago di Cuba stanno ricevendo dosi di CimaVax-EGF sulla base di un protocollo clinico di prova. Lo stesso oncologo dell’ospedale di Santiago, Francisco Perera, afferma che “malgrado manchino i risultati finali si evidenziano miglioramenti significativi nello stato generale di questi soggetti e una maggiore sopravvivenza dei pazienti a cui viene somministrata questa terapia rispetto a coloro che non la ricevono”.
Pare inoltre che il vaccino sia già stato registrato in Perù e si attende l’autorizzazione in vari altri Paesi sudamericani. Nei giorni scorsi il farmaco è stato presentato anche in Cina, dove avrebbe ricevuto un’accoglienza positiva.
Ecco dunque quella che sembra essere l’ennesima confortante notizia per milioni di pazienti oncologici. Certo i dubbi non mancano, specialmente dopo il clamore con cui recentemente si è parlato in Italia del farmaco antitumorale Vidatox, di produzione cubana, che ha portato la commissione Igiene e Sanità a richiedere al presidente del Senato Schifani un’indagine conoscitiva in seguito al sequestro di un numero considerevole di dosi del farmaco importate illegalmente in Italia e destinate a San Marino. Ma andiamo per ordine.
È il 1985 quando il biologo cubano Misael Bordier scopre che il veleno di una particolare specie di scorpione che vive solo a Cuba, lo scorpione azzurro, possiede proprietà antitumorali. Sei anni più tardi Bordier realizza il primo esperimento sull’uomo, un adolescente in fase terminale, diluendo gocce di veleno dello scorpione Rophalorus Junceus in acqua, e somministrandole in modo regolare al paziente, che riesce a far sopravvivere per 13 anni con una buona qualità di vita e senza le dolorose complicanze derivate dalle patologie presenti. Dal 1992 è il laboratorio statale cubano Labiofam che si incarica di immettere sul mercato nazionale Escozul, un preparato che riprendendo la base delle ricerche di Bordier consiste in un concentrato di veleno dello scorpione azzurro da diluire in acqua e la cui efficacia in alcune delle più pericolose forme di tumore (colon, utero, cervello, polmoni, prostata) viene in seguito confermata dalla testimonianza di migliaia di persone al mondo che ne ne fanno uso. Per circa 18 anni anni l’Escozul viene fornito gratuitamente non solo ai cubani, ma anche ai pazienti di tutto il mondo che vanno a ritirarlo all’Avana muniti di cartella clinica attestante la malattia e corredata dalle relative analisi effettuate nel Paese di provenienza. L’afflusso di pazienti è massiccio, specialmente dall’America Latina, ma anche da Stati Uniti e Canada. L’Italia viene a conoscenza del farmaco nel settembre 2010, dopo un servizio televisivo filmato con una telecamera nascosta nella sede Labiofam. Si scatena il finimondo: circa 35000 italiani si presentano fra la fine del 2010 e l’inizio di quest’anno nei laboratori per ricevere il preparato, una media di 350 pazienti al giorno seguiti da 12 medici preposti all’assegnazione del farmaco nel laboratorio.
Surclassata da un numero impressionante di richieste, ovviamente non solo italiane, Labiofam inizia ad essere in difficoltà nella produzione delle dosi e oltretutto, come spesso accade in questi casi, la speculazione sul farmaco antitumorale cresce in modo esponenziale. I blog dedicati agli scambi di informazione fra pazienti che usano il preparato denunciano sempre più la vendita clandestina di dosi di Escozul in Europa a prezzi esorbitanti (900-1000€). Sono dosi ritirate gratuitamente a Cuba e rivendute a chi non ha la forza o la possibilità di recarsi di persona all’Avana e ritirare il preparato a costo zero. Nel frattempo i laboratori predispongono veri e propri allevamenti di scorpioni azzurri, dato che ciascuno di questi fornisce solo due-tre gocce al giorno di veleno e, in cattività, il tempo massimo di vita degli scorpioni è di sei mesi.
C’è inoltre il pericolo di compromettere la conservazione di questa specie, unica al mondo. Labiofam decide quindi di cambiare strategia e di lanciare il prodotto su base omeopatica, creando una soluzione acquosa con una minima parte di veleno. Più tardi si verrà a sapere che questa formula veniva sperimentata già da due anni e che i responsabili del laboratorio confidavano sul principio omeopatico secondo cui il diluente, in questo caso l’acqua, “ ricorda le proprietà del veleno”, cioè ne replica l’imprinting.
Dall’agosto scorso Labiofam non fornisce più l’Escozul, ora reperibile solo presso pochi produttori autonomi autorizzati dal governo cubano, ubicati nella zona di Guantánamo e che, almeno così pare, continuano a cederlo a titolo gratuito. Labiofam, dal canto suo, una volta registrata la nuova composizione del preparato omeopatico con il nome Vidatox 30CH, ne ha disposto la vendita nelle farmacie dei terminal aeroportuali e in quelle internazionali ubicate in prossimità dei maggiori hotel della capitale, al prezzo di 205 Cuc, circa 170€. I cubani possono accedere al farmaco per la cifra simbolica di 1 peso (circa 4 centesimi di euro). Le insufficienti informazioni che hanno accompagnato l’uscita sul mercato del Vidatox fanno sí che siano poche le persone, ad esclusione dei pazienti, ad aver capito che fra l’Escozul e il Vidatox la differenza è notevole, proprio per la concentrazione del prezioso veleno nei due preparati. Vero è che persino i media nazionali italiani continuano a parlare di Escozul-Vidatox come se si trattasse di un semplice cambio di nome, cosa che non solo non è vera, ma rischia di generare pericolosi malintesi.
Ma come è possibile rifornirsi del Vidatox in Europa, o in Italia, senza doversi accollare 9 ore di volo, più le spese di viaggio e alloggio all’Avana e, a questo punto, anche le spese del farmaco? Ci ha pensato (guarda caso!) un’azienda creata ad hoc da un intraprendente italiano che ovviamente, visti i controlli delle autorità sanitarie italiane in materia farmacologica, si è ben guardato dall’aprire una sede in Italia, scegliendo invece l’Albania, per l’esattezza la capitale Tirana.
Nel marzo scorso la ditta in questione, la Pharma-Matrix, ha stipulato un contratto con Labiofarm diventando il distributore esclusivo Vidatox (e non solo) per l’Albania, anche se nella realtà le mire nell’espansione del business sono ben altre. Colto in flagrante dalla guardia di finanza italiana mentre cercava di portare 200 flaconi di prodotto al Poliambulatorio Stella Maris di San Marino lo scorso mese di ottobre, il dr. Matteucci, che non è nemmeno un medico chirurgo, ma un laureato in giurisprudenza, ha registrato e messo in rete un monologo di 14 minuti in cui spiega cos’è accaduto e si accanisce contro giornalisti e vari organi di stampa che hanno, a suo dire, riportato notizie false. Ma oltre alle varie minacce di querele il presidente della Pharma-Matrix trova anche il tempo di spiegare la mission del suo ambulatorio, che a suo dire salvaguarderebbe anche le casse dello Stato Italiano, a cui “ogni paziente oncologico costa fra i 50 e i 100.000 euro al mese”. E annuncia anche l’apertura di nuovi ambulatori ad Andorra e Lugano (ubicazioni significative, senza dubbio) oltre alla già citata clinica di San Marino dove il protocollo Vidatox potrebbe essere applicato a coloro che desiderino sottoporsi ad esso.
Comunque termini la querelle fra Pharma-Matrix e il nostro Ministero della Sanità, una cosa è certa: Vidatox è un prodotto che almeno per il momento non possiede un numero sufficiente di dati clinici certi che consentano di certificarlo nel nostro Paese e per il quale nessun oncologo si prenderebbe probabilmente la responsabilità di consigliarne l’uso. Bisognerà attendere le analisi e le valutazioni degli esperti italiani, sempre che il Ministero decida di incaricare effettivamente lo studio del preparato.
Al di là di qualsiasi lecita iniziativa personale di chi lotta ogni giorno contro un tumore, è comunque doveroso informare nel modo più trasparente su un prodotto come Vidatox ancora in fase di sperimentazione, così come sull’ultimo nato, il vaccino CimaVax-EGF che a sua volta, e malgrado il clamore dei media, attraversa una fase ancor più sperimentale rispetto al preparato omeopatico. Se da un lato si presentano dati ufficiosi sul buon esito di un certo farmaco nel migliorare la qualità della vita dei pazienti oncologici, dall’altro è importante tenere conto che non esiste ancora certezza scientifica sulla sua validità. Per tutti sarebbe un grande sollievo, una volta terminati gli accertamenti di laboratorio, incluse le analisi sulla tossicità, sapere che Vidatox è un prodotto valido e che oltre ad essere un eccellente analgesico e anti-infiammatorio è anche un efficace antitumorale.
Ma non scordiamo i bisogni fondamentali di verità e di umanità di quanti affrontano questa malattia, che se da una parte chiede spazio alla speranza, dall’altro reclama che la disperazione e l’ostinazione non diventino il terreno fertile della più meschina delle meschinità: lo sciacallaggio.