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La Sardegna e il Tyrrhenian link, oltre al banale aspetto tecnico. Di Maurizio Ciotola

Troppa confusione e un’eccessiva aleatorietà, non costituiscono buone basi per una corretta programmazione, in qualsiasi ambito.

E’ pur vero che nel nostro Paese, entrambi i punti richiamati, unitamente ad altri, cui omettiamo per non ricadere nell’ovvietà, costituiscono le basi della politica economica e industriale, immutata da circa trent’anni.

L’addio al carbone sembra essere già decaduto quale problema essenziale, come a Glascow è stato dimostrato, e altresì sembra riprender piede la corsa al nucleare, sulla spinta di una nazione europea, in cui costituisce la sorgente energetica primaria.

Anche l’India, ovvero uno dei Paesi che sarà tra i più colpiti dalla mutazione climatica, non intende cambiare il suo sistema produttivo, per rimandare al 2070 un’eventuale sua conversione.

Ma noi, ancora convinti che il problema sia di qualcun’altro, nonostante gli effetti ben evidenti della mutazione in atto anche sulla nostra Isola, nel gioire per aver allontanato la dismissione delle centrali a carbone esistenti, non intravediamo nient’altro che una nuova data di scadenza, cui probabilmente subirà ulteriori slittamenti.

Al 2028 mancano sei anni, ovvero un arco temporale in cui probabilmente il Tyrrhenian Link sarà portato a termine, come puntualizza Terna spa, ma entro il quale è necessario mutare il parco di produzione in Sardegna, in alternativa quello da dismettere, o in sostituzione dello stesso.

Finora nessuno ha preso sul serio le precedenti ipotesi di phase out dal carbone, per cui si temeva la chiusura delle centrali di Fiumesanto e del Sulcis.

Tant’è che a parte le ipotesi di realizzazione del Tyrrhenian Link, solo l’Enel parlava della chiusura delle sue centrali di Portoscuso e la predisposizione di una produzione attraverso degli storage elettrici, le cui potenzialità di sostituzione della capacità esistente, costituiscono solo immaginazione futuristica.

Abbiamo sempre pensato che un’ulteriore “magliatura” con la rete elettrica nazionale, garantita dal Tyrrhenian Link, costituirà un significativo abbattimento strutturale degli oneri di mercato, almeno per quanto riguarda la nostra Isola.

Riduzioni dei costi di mercato generati da un incremento dei transiti energetici, con cui si abbatterebbero i costi del monopolio strutturale esistente.

Costi che, allo stato attuale garantiscono parzialmente la sopravvivenza delle centrali a carbone e il personale che dentro esse e intorno a esse gravita.

Per altro, l’assenza di una fonte energetica alternativa al carbone, impedisce una facile e immediata conversione delle stesse centrali, a garanzia della loro sopravvivenza.

Dalla loro chiusura deriverebbero indubbi danni sociali e economici, per un’area come quella del Sulcis che risulta essere tra le più depresse sul piano europeo, così come più in generale per l’intera Isola.

Ma del resto operazioni distorte e incomprensibili, che hanno generato impoverimento economico e sociale nella nostra Isola, sono avvenute negli anni da diversi soggetti economici, senza alcuna opposizione da parte della politica regionale, impegnata a osservare il “dito”, senza mai vedere la “luna” che esso indicava.

Certo è che altrettanto poco comprensibile, sul piano tecnico, è lo slittamento della data di ultimazione del Tyrrhenian Link ad opera di Terna.

Politicamente accettabile, se esso derivasse da una decisione “parlamentare”, politica in ambito istituzionale, non esattamente lo sarebbe quando esso viene definito da un organo tecnico.

Certo è che se invece del Tyrrhenian Link o oltre a questo, Terna avesse ipotizzato un collegamento Sardegna - Nord Africa, non solo avremmo avuto occasione di contribuire alla crescita del continente africano, attraverso lo sviluppo di fonti di produzione rinnovabili, ma avremo potuto contribuire significativamente alla convergenza verso gli obiettivi Cop 26.

Forse in contemporanea a quel cavo, che sarebbe potuto partire dal continente africano, avremmo avuto l’opportunità di realizzare un gasdotto, per garantire una fonte energetica di sostituzione e aver la possibilità di convertire le centrali di Fiumesanto e del Sulcis.

Certo è che non sempre l’ottimo tecnico coincide con quello economico e sociale, soprattutto quando il suo raggiungimento non è supportato da un adeguato sostegno alla trasformazione da parte dello Stato.

Supporto che non possiamo e non dobbiamo scambiare per un ulteriore spostamento delle date obiettivo, ma in un adeguato coinvolgimento, realmente volto al cambiamento energetico, quanto economico, verso cui più soggetti devono essere portati a convergere sull’obiettivo finale, e non in modo casuale.

Maurizio Ciotola

Bruxelles. Nella nuova mappa dell'EU la Sardegna é già in zona gialla

Non sarebbe da sola, ma in compagnia di Lazio, Veneto e Sicilia. Sono le regioni italiane che, in base ai dati elaborati dall'European Centre for Disease Prevention and Control, sono già classificate come zone gialle. Così anche per buona parte della Francia e del Belgio. Le mappe dell'istituto Europeo, sono state aggiornate in base all'incidenza del contagio da Covid, con i numeri di casi per abitante, che aumentano in tutta Europa. Situazioni peggiori vengono indicate per diverse regioni dell'Olanda, della Spagna, Cipro e alcune isole greche, in rosso scuro. La Regione di Bruxelles è in rosso, come la Corsica, il Lussemburgo e l'Irlanda.

Recovery Fund. Piano della Regione per il finanziamento degli interventi contro il dissesto idrogeologico

La Regione Sardegna ha presentato al Ministero dell’Ambiente il programma di interventi infrastrutturali relativi alla mitigazione del rischio idrogeologico da inserire nel Piano Nazionale per la Ripresa e la Resilienza, PNRR, che l’Italia si appresta a definire in previsione dell’attuazione del Recovery Fund, fondo con titoli comuni europei messo in campo dalla Commissione per contrastare la crisi economica derivata dalla pandemia e finanziare la ripresa dei Paesi più colpiti dagli effetti del Covid. Il piano presentato dalla Regione prevede 55 interventi pari a 378 milioni di euro, suddivisi per grandi e piccoli Comuni dislocati in tutte le province sarde e nella Città metropolitana di Cagliari e individuati secondo criteri coerenti con le disposizioni nazionali. Rappresentano condizioni vincolanti per accedere ai finanziamenti i termini per l’appalto dei lavori, da effettuarsi entro il 2022 e il completamento delle opere da realizzarsi entro il 2026.

“Abbiamo recepito le linee guida per l’elaborazione del Piano, condivise dal Governo con le Regioni, consapevoli di avere davanti una occasione storica, quella di trasformare la crisi che stiamo vivendo in opportunità sfruttando e impiegando al meglio le nuove linee di finanziamento che l’Europa metterà a disposizione dei paesi membri. Si tratta di risorse che possono contribuire a creare sviluppo in Sardegna e combattere piaghe dolorose quali lo spopolamento dei territori e l’esodo giovanile”, spiega il Presidente della Regione Christian Solinas.

Secondo l’Assessore dei Lavori Pubblici Roberto Frongia “le conseguenze economiche della pandemia hanno reso ancora più evidenti le carenze infrastrutturali della Sardegna e reso ancora più urgente il loro superamento. In quest’ottica – continua - abbiamo individuato tutti gli interventi che possono accedere ai finanziamenti europei perché coerenti con gli obiettivi posti in essere da Bruxelles e sulla base di questi abbiamo stilato un piano di intervento in grado di dare sollievo a numerosi Comuni sardi, liberando linee di finanziamento altrimenti occupate e rispondendo alla necessità di sicurezza dei territori più esposti al rischio idrogeologico. Grazie alle risorse messe a disposizione attraverso il Recovery fund - conclude Frongia - abbiamo la possibilità di movimentare i trend occupazionali e generare nuove e reali opportunità di crescita, la ripresa dell’economia sarda non può prescindere dall’avvio di nuovi cantieri, dallo sblocco di quelli fermi e dall’accelerazione nella progettazione e realizzazione in genere di opere pubbliche”. Gli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico proposti dalla Regione sono suddivisi per “Interventi Fondo progettazione”, “Interventi ReNDiS cantierabili 12 mesi”, “Interventi Transizione verde”. Fanno parte della prima fattispecie di interventi (Fondo progettazione), per un importo complessivo 193.102.127, opere da realizzarsi nei Comuni di Tertenia, Bitti, Barisardo, Dorgali nella provincia di Nuoro; Valledoria nella provincia di Sassari; Gonnesa e San Nicolò Gerrei nel Sud Sardegna, Assemini nella Città Metropolitana di Cagliari. Sono compresi nella seconda fascia di interesse (interventi ReNDiS cantierabili in 12 mesi) i lavori a Capoterra di sistemazione idraulica del rio San Gerolamo-Masone Ollastu e di ricostruzione delle opere per un importo pari a 25.792.248. Sono infine compresi nella “transizione verde”, per un importo complessivo di 160.613.288 gli interventi che interessano i Comuni di Orosei, Silanus, Siniscola, Torpè, Lotzorai, Gairo, Tiana, Orgosolo, Dorgali, Nurri, Urzulei, Arzana, Villagrande Strisaili nella provincia di Nuoro e in Ogliastra; Villanovafranca, Carbonia, Vallermosa, Masainas, Segariu, Lunamatrona, Domus de Maria, Furtei nella Provincia del Sud Sardegna; Cagliari-Elmas, Capoterra, Selargius-Quartucciu, Settimo San Pietro-Quartu Sant’Elena- Quatucciu, Quartu Sant’Elena, Villa San Pietro, Capoterra-Assemini nella Città metropolitana di Cagliari; Bosa e Montresta in provincia di Oristano; Tula, Porto Torres, Sassari, Ossi, San Teodoro, Arzachena, Aglientu in provincia di Sassari.

Agricoltura. Anticipazione premi comunitari per 100 milioni di euro

Approvata dalla Giunta Regionale, su proposta dell’assessore dell’Agricoltura, Gabriella Murgia, la delibera che istituisce un sistema di aiuti per agevolare l’accesso al credito. L’intervento si fonda su un accordo definito con la Commissione regionale Abi Sardegna che consente ai beneficiari dei premi comunitari relativi alle misure a capo e a superficie, di poter richiedere alle banche aderenti l’anticipazione dei premi a loro dovuti. L'iniziativa, ricompresa nell'ambito del Programma di Sviluppo Rurale del periodo di programmazione 2014-2020, consentirà l'anticipo dei contributi relativi a 11.470 domande per gli anni 2016-2017-2018, non ancora erogati da Agea (l’Agenzia nazionale). In totale si tratta di circa 30 milioni di euro, oltre alle 16.658 domande dell’annualità 2019 (con scadenza impegno a maggio 2020) per un totale di circa 68 milioni e 500mila euro. “In questo momento di straordinaria emergenza - ha dichiarato il presidente della Regione, Christian Solinas, abbiamo deciso di sostenere in maniera incondizionata i nostri agricoltori garantendo loro la liquidità necessaria e senza alcun costo, perché interessi e commissioni saranno a carico della Regione”. Alle parole di Solinas si aggiungono anche quelle dell'assessore Murgia che ha sottolineato: “le imprese agricole, che stanno affrontando uno stato di forte difficoltà del comparto agroalimentare come quello della mancanza di liquidità, potranno quindi accedere alle risorse a costo zero. Nell’intervento - precisa l'esponente della Giunta Regionale - saranno coinvolti i Centri di assistenza agricola che, curando la tenuta dei fascicoli aziendali e assistendo gli agricoltori nella presentazione delle domande, saranno chiamati ad attestare l’avvenuta presentazione delle richieste dei premi e ad assistere gli stessi agricoltori nei rapporti con gli istituti di credito. Si tratta di un altro necessario e importante intervento per snellire, attraverso i Caa, la burocrazia e per consentire agli agricoltori di acquisire dal sistema creditizio liquidità immediata. Questo provvedimento - conclude la Murgia - resterà in essere anche per il futuro”.

Europa. Riusciranno le grandi potenze gastronomiche del Mediterraneo a proteggere i loro prodotti agricoli?

Spagna, Francia, Portogallo, Italia e Grecia hanno iniziato le loro manovre per proteggere i loro produttori agricoli. Pur essendo consapevoli che questo li porterà a combattere una battaglia su uno dei temi più spinosi della politica dell'UE (le etichette di origine obbligatorie), i cosiddetti "gastrosovranisti" dei suddetti Paesi il 16 dicembre hanno inviato una dichiarazione congiunta alla Commissione Europea chiedendo di "rafforzare e armonizzare la legislazione UE sull'etichettatura di origine degli alimenti", sottolineando che le attuali norme UE "non sono esaustive in questo settore", perché "non sono obbligatorie". Uno scossone per i burocrati dell'UE a Bruxelles, che da anni sono impegnati a salvaguardare il mercato unico e le relazioni commerciali dell'UE, impegno che non ha certo posto tra le loro priorità le etichette obbligatorie. Negli ultimi anni, tale etichettatura è stata consentita solo come misura temporanea di crisi per sostenere i caseifici francesi e i fornitori italiani di grano per la pasta. Infatti, la prima preoccupazione dei funzionari europei è che tale etichettatura mina il mercato unico dell'UE, incoraggiando i consumatori - e i responsabili degli acquisti nei supermercati - a preferire i prodotti nazionali. Nel 2017, il Belgio si è lamentato, ad esempio, che le etichette obbligatorie "Made in France" sui prodotti lattiero-caseari hanno tagliato le esportazioni di latte belga verso la Francia, anche se un'azienda agricola belga può essere il fornitore più vicino a un negozio francese. La seconda preoccupazione degli euroburocrati è che i Paesi al di fuori dell'UE sono disposti a reagire con armi commerciali per le etichette obbligatorie. Nel 2018, il Canada ha protestato perché l'Italia voleva che i produttori di spaghetti italiani etichettassero la provenienza del grano duro utilizzato nella pasta come un modo per rafforzare i coltivatori italiani di grano contro i rivali canadesi. Nonostante queste proteste, i cinque Paesi dell'Europa Meridionale ritengono che sia giunto il momento di trasformare l'obbligatorietà del "labelling" in qualcosa di più permanente, piuttosto che in una pezza d'emergenza. Sebbene le istituzioni europee abbiano dimostrato almeno la volontà di ascoltare le istanze del quintetto europeo, non sembra ci sia una grande determinazione in questo senso. Di fatto, la nuova commissaria europea per la salute e la sicurezza alimentare, Stella Kyriakides, responsabile dell'etichettatura dei prodotti alimentari, ha sostenuto che una serie di misure nazionali - come le etichette dei prodotti caseari francesi - non è "un modo sostenibile per andare avanti".

"Occorre trovare una soluzione a lungo termine a livello europeo", ha sottolineato Kyriakides. L'etichettatura dei prodotti alimentari sarà una parte importante della nuova strategia alimentare "Dalla fattoria alla tavola", che Bruxelles intendeva presentare il prossimo aprile", ha poi precisato.

Affermazioni che non lasciano intravedere una volontà decisa ad affrontare concretamente il problema, anche se i consumatori europei si stanno interessando sempre di più alla provenienza del loro cibo, non solo per sostenere gli agricoltori locali e la cultura regionale, ma anche per combattere l'impronta di carbonio dei prodotti alimentari che possono essere stati trasportati dall'altra parte del pianeta. La tendenza è che sempre più persone, soprattutto consumatori, vogliono sapere cosa mangiano e da dove provengono i prodotti che mangiano. In questo senso sarebbe utile che la Commissione provveda ad "armonizzare" le regole dell'UE, in modo che in tutta Europa vengano applicate le stesse regole sull'etichettatura. In particolare le etichette dovrebbero indicare l'origine del loro "ingrediente primario", specifico per ogni paese. Fornire informazioni ai consumatori dovrebbe essere un obiettivo di ogni istituzione (compresa quella Europea) in quanto l'origine dei prodotti è un'informazione legittima che risponde ad una chiara esigenza di trasparenza. Tema molto caro agli europei, che hanno a cuore l'origine dei loro alimenti. Il fatto che Spagna, Francia, Italia, Portogallo e Grecia si siano mossi per tutelare le loro produzioni va visto anche in coincidenza con l'entrata in vigore (aprile 2020) di una nuova legge europea sull'etichettatura dell'origine dell'ingrediente primario dei prodotti alimentari. In pratica, se un produttore alimentare decide di mettere in etichetta l'origine del cibo, ad esempio chiamando un prodotto "yogurt greco" o "cioccolato belga", ma l'ingrediente principale di questo prodotto proviene da un luogo diverso, dovrebbe essere chiaramente indicato (ad esempio: "uno yogurt greco con latte dalla Romania"). Tuttavia, la nuova legge europea non è molto severa. L'etichetta non deve specificare un paese d'origine, è sufficiente indicare che l'ingrediente è stato prodotto in "UE" o in un paese "non UE", oppure indicare solo una regione, per esempio "mediterranea". Intanto in aprile 2020 saranno scadute diverse esenzioni per l'etichettatura di origine obbligatoria in alcuni Paesi dell'Unione Europea, come quelle sui prodotti caseari francesi e sull'ingrediente primario della pasta italiana. Le esenzioni sono state considerate dalla Commissione come un esperimento temporaneo.

La questione ora è se i Paesi dell'UE possono convincere Bruxelles a trasformare l'"esperimento" nella regola.

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