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Comune di Cagliari. Bando per 58 unità di personale non dirigenziale a tempo determinato

Nella Gazzetta Ufficiale – 4^ Serie Speciale-Concorsi ed esami n.7 del prossimo 25 gennaio 2022 verrà pubblicato l'estratto del bando di concorso con il quale il Comune di Cagliari provvederà all'assunzione, a tempo determinato e pieno, di complessive 58 nuove figure professionali da impiegare in attività connesse al Pon Metro 2014-2020 e finanziate con le risorse del React-EU, per la riqualificazione del territorio e la gestione dei progetti per la ripresa economica verde, digitale e resiliente del Paese. In particolare i profili ricercati, aperti a laureati e diplomati sono i seguenti:

• n.9 Project Manager;

• n. 3 Legal Manager;

• n.1 Communication Officier;

• n.1 Esperto Politiche Sociali;

• n.13 Istruttori Direttivi Amministrativi;

• n. 9 Istruttori Direttivi di Ragioneria;

• n.6 Istruttori Direttivi Tecnici-Ingegneri;

• n.2 Istruttori Direttici Informatici-Analisti;

• n.14 Istruttori Amministrativi Contabili.

In piena conformità con la riforma dei concorsi pubblici, il bando prevede la valutazione dei titoli per la preselezione dei candidati e la prova scritta si terrà in termini temporali ravvicinati. La versione integrale del bando di concorso potrà essere consultata sul sito istituzionale dell'Amministrazione dove verrà pubblicata a partire dal 25 gennaio 2022 insieme al fac simile di istanza on line.

Cagliari.

In occasione dei 130 anni di attività della riconoscimento alla Canottieri Ichnusa, si é svolto oggi, presso la sala del Retablo del Municipio, la premiazione dei campioni sardi di windsurf, Marta Maggetti, Pierluigi Caproni, Federico Pilloni e Giorgio Falqui Cao.

“Danno lustro alla città attraverso i loro risultati sportivi e partecipazione a competizioni a livello internazionale”, ha sottolineato il primo cittadino Paolo Truzzu. Promossa dall'Amministrazione Comunale, alla cerimonia anche gli assessori Andrea Floris e Alessandro Guarracino. Così come impresso nei trofei, anche per i titolari dello Sport e delle Politiche del Mare, ai quattro campioni sardi i ringraziamenti “per essere esempio e stimolo per tanti giovanissimi che guardano alle sue imprese con ammirazione e spirito di emulazione”. Da parte di entrambi ribadita l'intenzione del Comune di “valorizzare il connubio sport-mare-ambiente” e il “sostegno alle associazioni sportive del territorio che stanno esprimendo al meglio il proprio potenziale”. Come il WindSufing Club Cagliari, negli ultimi due anni il migliore d'Italia. Con la partecipazione del presidente FIV – Federazione Italiana Vela, Francesco Ettorre, e Corrado Fara, presidente della III Zona, che hanno definito Cagliari “centro di eccellenza per gli sport velici”, la cerimonia di questa mattina di mercoledì 12 gennaio 2022 è stata anche l'occasione per festeggiare i 130 anni di attività della Canottieri Ichnusa. Presente il presidente del CONI regionale Bruno Perra: “Bella giornata di sport”.

Sanità. “Fondi del Pnrr per la diagnosi precoce e la cura dell'Alzheimer”

A chiederlo é il consigliere regionale del Movimento 5 Stelle, Michele Ciusa, che ha presentato un’interrogazione al Presidente Solinas e all’assessore alla Sanità Nieddu per sapere se abbiano predisposto il Piano triennale di attività previsto dalla L. 178/2020, indispensabile per il trasferimento delle risorse stanziate dallo Stato.

“Stando ai dati pubblicati nel 2020 - sottolinea Ciusa - la Sardegna rientra tra le regioni italiane con il più alto numero di malati di Alzheimer. Parametrando il numero dei malati a quello degli abitanti dell'isola, infatti, l'incidenza della malattia è del 36 per cento. Ciò significa che la nostra regione si trova al secondo posto nella classifica nazionale, dietro la Valle d'Aosta. Per quanto riguarda le Province, invece, il primo posto in Italia è occupato da Carbonia-Iglesias con il 46 per cento, mentre Sassari è terza con il 38 per cento".

"Numeri decisamente preoccupanti – osserva l'esponente pentastellato – che impongono un’attenta e seria riflessione in merito alla necessità di assicurare un tempestivo intervento in termini di diagnosi. Le Associazioni sarde impegnate in prima linea lamentano infatti i tempi biblici per l’ottenimento della diagnosi, dovuti in primis alla carenza di centri di valutazione e all'insufficienza di risorse”.

“Poiché - continua Ciusa - grazie al Fondo nazionale demenze, ai fondi del PNRR e alla legge di bilancio, il Sistema sanitario della Sardegna nei prossimi mesi avrà una grande occasione per potenziare i modelli di presa in carico di questa patologia, soprattutto tramite l’acquisto di strumenti diagnostici all’avanguardia, chiedo alla Regione quali siano le intenzioni di spesa in merito. Alla Salute è dedicata la Missione 6 del PNRR con uno stanziamento di 15,63 miliardi. Inoltre, con la legge di bilancio 2021 è stato istituito il Fondo nazionale demenze. In particolare, per la Regione Sardegna sono previsti oltre 500 mila euro per il triennio 2021-2023. Somme che con la legge di bilancio 2021 (legge 178/2020) sono state incrementate fino a 2 miliardi se si considerano gli interventi in materia di ristrutturazione edilizia e ammodernamento tecnologico del patrimonio sanitario pubblico. Risorse fondamentali per poter migliorare la qualità della vita dei malati e di chi se ne prende cura, che non possiamo permetterci di sprecare”.

Zone Economiche Speciali. Alla Sardegna le briciole del Pnrr

Dei 630 milioni del Pnrr destinati alle opere infrastrutturali all'interno delle Zone Economiche Speciali d'Italia (Zes), alla Sardegna vengono assegnati solo 10 milioni. La notizia, apparsa qualche giorno sull'autorevole "Il Sole 24 Ore" non é passata in sordina e così i consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle Michele Ciusa, Alessandro Solinas, Desirè Manca, Roberto Li Gioi, hanno presentato un'interrogazione al Presidente Solinas e alla Giunta per conoscere lo stato dell’arte dell'iter del Piano di Sviluppo Strategico finalizzato all'istituzione della fiscalità di vantaggio per la Sardegna.

“Nei giorni scorsi - attaccano gli esponenti pentastellati - il Governo ha deciso il piano di riparto dei fondi, i 630 milioni del PNRR, destinati alle opere infrastrutturali all'interno delle Zone Economiche Speciali d'Italia. Un piano che sarà esaminato entro il 2 dicembre prossimo sul tavolo della Conferenza Stato – Regioni e all'interno del quale, la Regione Sardegna, farà, purtroppo, la magrissima figura dell'ultima della classe”.

Una situazione imbarazzante, visto che nelle casse delle altre regioni italiane, tra le quali Campania, Puglia, Basilicata, arriveranno centinaia di milioni di euro del Pnrr, a differenza della Sardegna. Sulle cause di questo smacco, i consiglieri del M5S spiegano: “delle otto Zes previste nel Sud Italia, soltanto una, quella della Sardegna, non è stata ancora istituita. E quali siano le motivazioni di questa incomprensibile situazione di stallo resta ancora un mistero. Le ultime notizie da parte del Presidente Solinas a riguardo risalgono allo scorso 23 giugno quando il Governatore celebrò l’approvazione da parte della Giunta di un ulteriore aggiornamento del Piano di Sviluppo Strategico. Il Presidente dichiarò inoltre che ‘con l’ultimo adeguamento al documento viene quindi eliminato un altro ostacolo di carattere tecnico che rischiava di rallentare l’esito della procedura per l'istituzione della Zes”.

“Sono trascorsi mesi da allora - puntualizzano i consiglieri - e nessun passo in avanti è stato ancora compiuto. Questo governo regionale che tanto celebra la fiscalità di vantaggio per i sardi ne ha, di fatto, decretato il fallimento. L'impegno tanto profuso dal Presidente Solinas per l'introduzione del principio di insularità in Costituzione – concludono - viene svilito dalla realtà dei fatti, che indicano invece la totale mancanza di capacità dimostrata nel perseguire altre strade, anche già disponibili, finalizzate a colmare il gap che ci separa dal resto d'Italia. La Sardegna non avrà accesso ai fondi che merita ma si dovrà accontentare delle briciole”.

Il Pnrr e i 50 MLD erogati agli enti locali. Di Maurizio Ciotola

Anteporre dei pregiudizi all’operato del presidente del Consiglio, in merito ai 50 miliardi di euro resi disponibili ai circa ottomila comuni del Paese, sarebbe fuori luogo e insensato.

In primis per quelli che sembrano essere i presupposti, ovvero la fiducia verso gli enti territoriali, non ultima la capacità dei tanti comuni che, nei fatti sono e rappresentano l’Italia.

Un riconoscimento di intervento e capacità amministrativa, non scontato, cui il Governo adempie sul piano istituzionale, verso le comunità di rappresentanza democratica su cui si sorregge il Paese.

Certo è però che, queste stesse comunità, sono anche le più aggredibili dalle organizzazioni del malaffare e mafiose, il cui obiettivo non è il PNRR, evidentemente, ma una speculazione fine a se stessa.

Ovvero, una ulteriore via attraverso cui gonfiare i propri fatturati e accrescere il loro potere di influenza, nei mercati e nella politica.

La presidenza del Consiglio metterà a disposizione mille esperti, è vero, che accompagneranno i comuni meno strutturati, i più piccoli, nei procedimenti di accesso alla spesa.

Altresì i mille, che sembra essere un numero ricorrente nella storia del Paese, non affiancheranno gli stessi enti locali per quanto riguarda il progetto strutturato, di trasformazione globale, cui il Paese ambisce.

Avremo ancora una volta un agire che, a parte le voci di spesa attraverso cui erogare questo ingente capitale, sarà privo di un progetto comune al quale riferirsi.

Sarebbe una meschina giustificazione, ancorché ben magra consolazione, se questa trasformazione non dovesse avvenire a causa dell’assenza di una visione di insieme, da parte delle tante comunità locali, per poi attribuire loro la responsabilità del fallimento.

Pur riconoscendo la giusta necessità di delegare sul territorio, parte delle iniziative legate a questo improrogabile cambiamento di paradigma, non possiamo far finta di non conoscere la reale situazione, di cui sono “prigioniere” le amministrazioni locali.

Sul piano della pressione legittima, ancorché inadeguata al progetto di cambiamento, e su quello dell’aggressione mafiosa, che rende ostaggio una considerevole parte degli stessi enti locali, non solo al sud del Paese.

E’comprensibile che, le erogazioni previste avvengano attraverso modalità semplificate, in contrapposizione a una burocrazia che si è impadronita del Paese, limitando sviluppo e ricchezza, troppo spesso e in parte collusa con il malaffare.

E’altresì vero e inequivocabile che, se il tessuto culturale non è in grado di produrre dei validi anticorpi, anche per via di una assenza di tutele reali, che dovrebbe garantire lo Stato, le semplificazioni in atto agevoleranno abusi e speculazioni, senza lasciare nulla sul territorio.

L’ostacolo concettuale, di cui sono vittima alcuni economisti e inequivocabilmente coloro che individuano nel mercato la soluzione di tutti i mali sociali, è ritenere possibile che, solo attraverso una sua stimolazione, sia possibile intraprendere il cambiamento desiderato, auspicato.

Aspetto che potrebbe avere una sua ragion d’essere e possibilità di successo solo su un piano ideale, o quanto meno dove l’economia reale e la cultura sociale, ancorché economica, è in grado di coglierlo.

Forse potrebbe essere possibile laddove sono assenti, e qui ricadiamo nell’idealismo, le deformanti azioni impresse dal malaffare organizzato.

Un malaffare oramai sovranazionale, per cui il fine della trasformazione del Paese, nei fatti non costituisce il fine con cui operano e erodono le importanti, quanto non replicabili risorse che oggi abbiamo a disposizione.

Il rischio inevitabile, di cui tutti siamo consapevoli, inclusi il presidente del Consiglio e della Repubblica, è che questa iniziativa si traduca, almeno in parte, in un ricchissimo finanziamento al malaffare e alla malavita organizzata.

Lo è ancor di più di fronte all’assenza di un piano organico nazionale, che preveda minimi spazi di differenziazione legati al territorio, ma pur sempre in armonia con il progetto europeo, attraverso cui avviarci verso l’auspicato cambiamento di paradigma.

Una trasformazione che oggi subiamo in misura disorganica, quanto pericolosa, i cui effetti di instabilità sociale e economica nel Paese sono già ben visibili.

Maurizio Ciotola

Agricoltura. Consorzi di Bonifica Nord Sardegna e Oristanese in lista per i fondi del PNRR

Due progetti presentati dai Consorzi di Bonifica del Nord Sardegna e dell’Oristanese sono stati inseriti tra i progetti esecutivi ammissibili al finanziamento elencati in un recente decreto del direttore generale dello sviluppo rurale del Ministero per le Politiche Agricole, Alimentari e Forestali. In particolare, si tratta di un importante progetto esecutivo dell’importo di euro 9.870.000 elaborato dal Consorzio di Bonifica dell’Oristanese per l’ammodernamento di impianti tecnologici e per la realizzazione di opere complementari delle centrali di sollevamento del Sassu e di un altro progetto esecutivo dell’importo di euro 3.200.000 elaborato dal Consorzio di Bonifica del Nord Sardegna per implementare un sistema di monitoraggio dei volumi irrigui e per la gestione di usi illeciti e delle perdite idriche. Progetti molto importanti per l’ammodernamento e l’innovazione del sistema irriguo regionale, commenta l’Assessora regionale dell’Agricoltura Gabriella Murgia che evidenzia anche il buon lavoro svolto dai Consorzi di Bonifica, dai tecnici degli assessorati dell’agricoltura e dei lavori pubblici e dall’Agenzia regionale del distretto idrografico della Sardegna. Entrambi i progetti mirano ad individuare soluzioni attese da anni per migliorare l’efficienza delle reti consortili e dell’area di bonifica dell’oristanese. Ora si attende di conoscere le motivazioni del mancato finanziamento di altri progetti presentati dai Consorzi di Bonifica regionali sul PNRR per intervenire con le integrazioni che il Ministero richiederà al fine di ampliare il numero di progetti ammissibili e di favorire la realizzazione di opere infrastrutturali importanti per il territorio della Sardegna.

"Nelle prossime settimane - sottolinea l’Assessora Gabriella Murgia - conosceremo l’esito delle istruttorie dei progetti presentati dai Consorzi di Bonifica sul Fondo di Sviluppo e Coesione (FSC), per dare impulso ad un Piano di infrastrutturazione della rete consortile regionale con l’obiettivo di migliorare il servizio irriguo a favore delle imprese agricole della Sardegna".

Le inefficienti maglie che imbrigliano il Paese. Di Maurizio Ciotola

Il piano sommario di rinascita e resilienza, così come è stato definito e redatto da palazzo Chigi, sembra esser un programma mercanteggiato privo di orizzonti, finalizzato a rispondere alle giuste e doverose richieste dell’Ue, in merito ai nostri programmi di rinascita.

E’ un piano abbozzato che non presenta niente di nuovo, o almeno nulla di diverso da quanto, da oltre trent’anni, richiede una precisa parte del Paese.

Il sistema industriale italiano, obsoleto e frantumato, unitamente a chi su esso costruisce sacche di inefficienza retribuita, ha realmente impedito l’evoluzione industriale che altrove è già in atto da anni, con eccellenti risultati produttivi e occupazionali.

In questo groviglio di inefficienze, si annidano opportunità per pochi e sopravvivenza per tanti, a discapito del futuro dei giovani.

Almeno per coloro che non intendono entrare a far parte dei magliari da cui è infestato, garantendo altrimenti la tenuta di inefficienza e corruzione che immobilizzano il Paese.

Abbiamo perso decenni nelle dispute guidate tra destra e sinistra, concentrandoci sui loro leader, piuttosto che sui programmi e le azioni, se non marginali, da cui è stato contraddistinto il loro agire.

Del resto il sistema mediatico, quanto la misura attraverso cui un giornalista riesce a vivere del proprio lavoro, costituiscono un ricatto totalizzante, da cui è difficile sottrarsi, a meno di non cambiare mestiere.

Il piano di rinascita eroga briciole per la ricerca, vera chiave del cambiamento e dello sviluppo, fino a dimenticarsi dell’istruzione, primaria, secondaria e universitaria, in quanto luoghi di educazione e formazione dei cittadini del domani.

Sembra indifferente alla grave crisi, cui si è trovato di fronte il sistema sanitario nazionale, articolato e gestito regionalmente, da cui non ci pare in grado di riuscire a emergere.

La spesa sanitaria regionale incide, per ogni amministrazione regionale, per circa il 40% del budget totale di spesa, generati dalla contribuzione generale.

Su questi importi ragguardevoli si è realizzato ovunque, una destinazione della spesa fortemente sbilanciata verso le strutture private, incapaci di assolvere per loro missione a specifiche emergenze, o a patologie la cui complessità imponga ingenti e non remunerativi investimenti strutturali.

Possiamo affermare, senza timore di smentita, che il flusso in cui è coinvolta la medicina privata, remunerata dal servizio regionale, è sostanzialmente quello che garantisce ampi margini di guadagno, sulla già esuberante remunerazione politicamente garantita.

Dall’inizio della pandemia abbiamo visto il fallimento di varie strutture ospedaliere, impossibilitate nel far fronte alle emergenze per una loro strutturazione inadeguata, cui i sacrifici inumani del personale medico e paramedico hanno cercato di sopperire.

Per contro la totale assenza del comparto della sanità privata è stato pressoché totale, nell’esplicito silenzio dell’informazione generale.

Oramai da oltre un anno, le cure di altre patologie per pazienti non ricoverati presso gli ospedali, si sono dapprima fermate, poi riprese a rilento, con protocolli di accoglienza e intervento incapaci di affrontare le continue emergenze, non costituite dal Covid-19.

L’incarico al Presidente Draghi sembra rientrare nell’oramai collaudata prassi italica, che maschera il mantenimento di uno staus quo generalizzato, dietro una figura altisonante e sconnessa dal governo reale del Paese.

Altresì, l’assenza o esiguità delle voci di spesa verso ricerca, istruzione e sanità, nel piano di rinascita, sembra il frutto mediocre di una contrattazione politica al mercato, che chiama in causa anche chi lo ha redatto e varato, fino a renderlo correo del disastro che intravediamo all’orizzonte.

Maurizio Ciotola

Scuola, analfabetismo funzionale e di ritorno, orfani del Piano di ripresa e resilienza di Draghi. Di Maurizio Ciotola

Next generation Ue, Recovery fund, Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, questi i nomi di quelli che sembrano diversi modi per riemergere dal disastro economico, verso cui la pandemia ci ha fatto sprofondare.

Nei fatti, la pandemia ha costituito lo spintone verso un “corpo” già in bilico, sull’orlo di quello stesso baratro, da cui non sembra ci siano mai state le premesse per evitarlo.

Ancora oggi, seppur la fiducia nei confronti del Presidente Draghi permanga a livello internazionale, capiamo che quelle “iniezioni” di liquido non potranno che avere, forse, modesti effetti solo nel breve termine.

Draghi, come tutti i suoi colleghi avvicendatisi a Palazzo Chigi negli ultimi trent’anni, non hanno mai avuto un occhio di riguardo per l’istituzione scolastica, se non per demolirla.

Purtroppo non un solo euro sarà devoluto a una riforma necessaria e non procrastinabile dell’istruzione, primaria e secondaria del nostro Paese.

Non saranno i due o tre giorni in più di lezione in presenza, stimatissimo Presidente Draghi, che potranno risolvere il drammatico gap, che la discontinuità educativa ha determinato nell’anno scolastico passato e quello in corso.

Dagli interventi sicuramente apprezzabili negli ambiti di spesa previsti nel Pnrr (Piano nazionale di rinascita e resilienza ndr), per quel che riguarda le assegnazioni nei settori specifici, comprendiamo che essa è un’idea di futuro nata morta, priva di visione a esser precisi.

Non mi avvalgo di sensazioni personali e opinioni volubili, ma sulle osservazioni fatte due anni fa dal prof. Tiziano Treu, presidente del Cnel(la “terza Camera“ che Renzi voleva cancellare).

Treu focalizza il problema dell’educazione, delle necessità di una trasformazione della scuola e della doverosa attenzione, cui le istituzioni dovrebbero avere verso il settore che permette di costruire le fondamenta strutturali di qualsiasi società, e in modo inequivocabile di una Repubblica democratica, qual è la nostra.

Il Presidente Draghi è perfettamente consapevole delle dimensioni dell’anno passato, dei già numerosi abbandoni scolastici.

Ha ben chiaro il problema della mancata partecipazione di una gran quantità di studenti, non dotati di strumenti e mezzi con cui aderire in modo soddisfacente alla Dad.

In tanti anni l’unica operazione di riforma riuscita è quella disastrosa, portata a termine dalla ministra Gelmini, che ha destrutturato e miniaturizzato l’educazione primaria, fase educativa centrale per qualsiasi individuo.

E su questo punto insiste ancora il Presidente del Cnel, prof. Treu, che chiede un impegno maggiore e di svolta in questa fase fondante per il cittadino di domani.

Siamo coscienti che la ricerca, negletta da sempre in questo Paese, debba attingere a risorse ben più consistenti rispetto a quelle destinate dal Pnrr, ma senza un impegno similare o superiore, nella fase educativa iniziale, ogni costruzione successiva si reggerà su fondamenta incerte, franabili.

Quando si cerca il mancato decollo del Paese in questi ultimi trent’anni, dovremmo volgere lo sguardo alle carenze educative e formative, che le nostre scuole hanno offerto a causa degli ostacoli e impedimenti, cui i tagli di spesa e le mancate riforme hanno determinato.

Abbiamo piani di studi iperdimensionati, che nel loro appesantimento nozionistico, sembrano destinare ad un’atrofia creativa gli studenti, tra cui vi saranno al più eccellenti e ripetitivi operatori, la cui precisione ripetitiva varierà in funzione del grado di studi conseguito.

La suola deve cambiare passo, non meno dell’università che nel mutare il proprio fine negli ultimi decenni, sembra aver intrapreso un’altra strada, il cui dinamismo di quest’epoca mette ai margini.

Del resto non esprimo nulla che non sia evidente agli occhi della popolazione di questo Paese, che si scandalizza per la preponderante ignoranza strutturale, che insinua le istituzioni stesse e che, statisticamente emerge dagli eloquenti dati sull’analfabetismo funzionale e quello di ritorno.

Egregio Presidente potrà compiere o avviare qualsiasi riforma istituzionale, far defluire nelle casse di imprese fameliche e a parole innovative grandi quantità di denaro, ma nulla potrà essere compiuto in misura soddisfacente o per lo meno sufficiente, se non investiremo lì dove siamo certi venga educato e nasca il cittadino di domani.

Come può pensare di avviare riforme senza varare un piano educativo e formativo, che ci consenta di uscire dalla drammatica condizione in cui grava il Paese, oggi al quarto posto per analfabetismo funzionale dei paesi OCSE, dove solo Indonesia, Turchia e Cile fanno peggio di noi?

Non pensa che di quei trecento miliardi di euro gran parte potranno andare a fluire in canali finanziari, cui le imprese beneficiarie si avvarranno per accrescere le loro dimensioni internazionali, piuttosto che investire strutturalmente nel nostro Paese?

E quali saranno gli elementi inibitori o di controllo, se le capacità di gestione sono, come nella percentuale su accennata, parzialmente affette da tale analfabetismo funzionale, al quale dobbiamo tristemente aggiungere l’elevato grado di corruzione, che affligge il Paese?

Le leggi e le regole imposte a un popolo parzialmente analfabeta, sul piano funzionale e di ritorno, nonché corrotto, non costituiscono uno strumento sufficiente affinché gli stessi cittadini riescano a coglierne il contenuto, educativo e di tutela sociale, desunto dalla Costituzione.

Per questo credo che, ci troveremo ancora una volta di fronte a una erogazione della spesa, priva di effetti strutturali per il Paese, che contribuirà, com’è avvenuto per circa trent’anni, a definire un ulteriore divaricazione della forbice sociale, che oramai nessuno potrà e saprà ricomporre.

Maurizio Ciotola

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