Negli ultimi mesi si è assistito ad una moltiplicazione di annunci trionfali sulla Pubblica Amministrazione sarda che guarda al futuro, puntando sull’intelligenza artificiale, sull’automazione dei processi, sui servizi digitali di nuova generazione. Parole che evocano innovazione, efficienza, modernità. L'ultimo annuncio in ordine di tempo è quello di oggi, ad opera dell'assessorato regionale degli Affari Generali, Personale e Riforma sul provvedimento riguardante i “Primi indirizzi operativi per l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale all’interno dei sistemi informativi regionali”, approvato dalla Giunta regionale. Un provvedimento che segna l’avvio ufficiale del percorso di adozione e sperimentazione delle tecnologie di Intelligenza Artificiale (IA) all’interno dell’Amministrazione regionale.

A ben guardare, tuttavia, la realtà restituisce un’immagine assai meno futuristica e parecchio più contraddittoria.È difficile infatti non percepire un certo paradosso. Mentre si parla di algoritmi e machine learning, molte scuole cadono letteralmente a pezzi, con infiltrazioni d’acqua e impianti obsoleti. Gli edifici pubblici spesso non rispettano nemmeno i requisiti minimi di sicurezza e i cittadini affrontano quotidianamente servizi inefficienti e disarticolati.

Che senso ha immaginare una PA “intelligente” quando gli uffici non comunicano tra loro, i dati non circolano e ogni pratica si perde tra protocolli cartacei e firme digitali che non dialogano? Prima dell’intelligenza artificiale, servirebbe la logica umana di un sistema che funzioni, con procedure coerenti e infrastrutture adeguate.

Purtroppo la Sardegna affronta ancora problemi di base che rendono difficile anche solo immaginare un ecosistema digitale efficiente. La rete idrica gestita da Abbanoa è un colabrodo, le strade evocano scenari post-bellici, con buche, cantieri infiniti e collegamenti precari tra centri abitati.

In questo contesto, parlare di “digitalizzazione spinta” rischia di suonare come un esercizio retorico. È come installare un sofisticato software di navigazione su un’auto senza ruote: l’IA può essere sicuramente un moltiplicatore di efficienza, ma solo se le basi materiali e organizzative sono solide.

Uno dei nodi più gravi resta la frammentazione della macchina amministrativa. Ancora oggi tanti enti pubblici, uffici e comuni sembra vivano su un’isola (paradosso nel paradosso): banche dati non integrate, protocolli incompatibili, piattaforme che non parlano tra loro. Il cittadino, invece, deve fare da ponte, portando a mano documenti da un ufficio all’altro, come se fossimo ancora negli anni ’80.

Senza una vera messa a sistema dei servizi pubblici, l’intelligenza artificiale rischia di essere solo una foglia di fico: un modo per nascondere, dietro il lessico tecnologico, una gestione ancora sostanzialmente analogica e inefficiente.

Nessuno è contrario all’innovazione, la Sardegna ha tutto da guadagnare da un uso intelligente delle nuove tecnologie. Ma l’innovazione richiede terreno fertile: scuole sicure, infrastrutture moderne, reti idriche e stradali funzionanti, uffici digitalmente interoperabili.

Solo allora l’intelligenza artificiale potrà davvero fare la differenza, automatizzando processi, analizzando dati, migliorando i servizi. Oggi, invece, il rischio è di costruire una PA “smart” con fondamenta di sabbia, dove l’IA diventa uno slogan più che una strategia.

Investire nell’intelligenza artificiale è giusto, ma prima serve un’amministrazione intelligente, nel senso più semplice del termine: capace di pianificare, di mettere ordine, di curare le proprie infrastrutture materiali e digitali. Perché un algoritmo non può correggere le buche nelle strade, riparare una condotta che perde o far dialogare uffici che non vogliono parlarsi.

Federico Cheri

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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