La Sardegna vive da anni un paradosso infrastrutturale: da un lato, una crescente necessità di sistemi digitali, reti logistiche e servizi essenziali che richiedono affidabilità e continuità; dall’altro, un apparato pubblico e un ecosistema di opere che mostrano crepe — materiali e organizzative — troppo profonde per essere ignorate.

Il caso dell'Ares Sardegna, che oggi ha comunicato non meglio specificati disservizi ai Sistemi Informativi dei presidi ospedalieri dell’intera regione, con particolare riferimento alla Cartella Clinica Elettronica, rappresenta l'ennesimo esempio delle crepe materiali e organizzative. In particolare, i disservizi sarebbero stati causati alla sede del CED (Centro Elaborazione Dati) di Cagliari, a causa di un guasto alla fibra ottica dovuto ai lavori stradali operati da una ditta terza.

Purtroppo in Sardegna l’inefficienza infrastrutturale non è un evento straordinario, ma una costante. I cittadini e le imprese lo sanno bene: basta una pioggia intensa perché salti la corrente elettrica in interi quartieri; la rete idrica, spesso definita un “colabrodo”, provoca interruzioni frequenti, costringendo famiglie, negozi e attività produttive a organizzarsi con cisterne d’acqua o chiusure forzate; le strade versano in condizioni tali che, in molti tratti, vengono percepite come un rischio quotidiano più che un servizio pubblico.

Questi disservizi non solo limitano la qualità della vita, ma incidono profondamente sulla competitività della regione, ostacolando investimenti, turismo e lo sviluppo di un sistema economico moderno.

L’esempio del guasto alla fibra ottica evidenzia un problema strutturale: lavori stradali, spesso frammentati e mal coordinati, interferiscono con infrastrutture critiche senza adeguati controlli o mappature. Non è raro che interventi locali — condotti da enti diversi, appaltatori multipli e con scarsa comunicazione reciproca — producano danni collaterali molto più costosi dei lavori stessi.

In una regione che sta cercando di digitalizzare la sanità, la scuola, gli uffici pubblici e l’intero ecosistema amministrativo, è sorprendente quanto poco si investa nella protezione delle sue fibre ottiche, delle sue centrali di rete o delle sue dorsali energetiche. Il risultato è una vulnerabilità sistemica.

La narrazione dell’arretratezza delle infrastrutture sarde non nasce oggi. I ritardi nelle opere pubbliche, i lavori che si protraggono per anni (vedi SS 131), l’assenza di collaudi tempestivi, le continue emergenze idriche e i blackout ricorrenti raccontano di un deficit storico di governance. Tutto questo mentre ci si riempie la bocca di termini quali smart city, mobilità intelligente, reti idriche telemonitorate e sistemi elettrici resilienti.

La verità è che la Sardegna appare intrappolata in un eterno cantiere. È sempre più urgente un salto di qualità nelle opere pubbliche. Non bastano interventi occasionali o piani annunciati senza un monitoraggio reale: servono visione, coordinamento tra enti, digitalizzazione non solo dei servizi ma dei processi di manutenzione, e soprattutto responsabilità nella gestione dei lavori.

I cittadini e le imprese, che oggi pagano il prezzo dei disservizi, hanno il diritto di pretendere infrastrutture resilienti, moderne e progettate con criterio. È il prerequisito minimo per garantire salute, sicurezza e sviluppo economico.

L’episodio dei disservizi al CED dell'Ares dimostra che, in Sardegna, basta un cantiere mal gestito per paralizzare sistemi essenziali a livello regionale. È un monito chiaro: non si può parlare di modernizzazione se mancano coordinamento, manutenzione e capacità di prevenzione.

La Sardegna merita e necessita di molto di più: un’infrastruttura pubblica stabile, efficiente e all’altezza delle sfide contemporanee. Perché non può esserci innovazione dove il funzionamento quotidiano dei servizi fondamentali continua a essere affidato al caso.

Federico Cheri

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