Il 9 gennaio Aldo Scardella avrebbe compiuto 65 anni, se non si fosse suicidato nel carcere di Buoncammino a Cagliari, il 2 luglio del 1986.
Aldo Scardella è una vittima della malagiustizia, che nel 1986 sottoponeva gli indagati al regime del processo inquisitorio in cui il giudice nell’avvalersi delle indagini svolte dalla polizia giudiziaria sottoponeva l’indagato, ritenuto colpevole fino a prova contraria.
Al giudice la polizia giudiziaria portò elementi indiziari di accusa, con cui fu imposto l’arresto e la carcerazione in isolamento di Aldo Scardella, senza essere ascoltato dal giudice.
La polizia giudiziaria ebbe e da oltre un decennio ha di nuovo assunto, una esclusività sulle indagini di cui fornisce l’informativa al pm che le dirige, in una sintesi cui è delegato per legge, ciò che valuta come importanti ai fini delle stesse. Su tale sintesi il pm decide la sua azione.
Dal 1989 dopo la riforma, del codice di procedura penale, conosciuta come riforma Vassalli, delineato appunto dal ministro della Giustizia socialista e giurista giuliano Vassalli, il giudice assume una posizione terza, e il processo da inquisitorio divenne accusatorio, con l’equiparazione di accusa e difesa sul piano delle indagini e della conoscenza dei loro risultati, resi espliciti al giudice e alla difesa.
Venerdì la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nella conferenza stampa di inizio anno, ha accusato una parte della magistratura che, a suo dire, lavora contro la polizia giudiziaria, non convalidando fermi e arresti di persone indagate.
Qui emerge la visione da sceriffo che oramai sembra aver invaso anche l’occidente garantista, per cui sulla base dei sospetti o dei pregiudizi è lecito privare della libertà le persone e procedere alla loro condanna.
Dobbiamo temere questa visione della giustizia, questa prevaricazione auspicata dal Governo da parte delle forze dell’ordine, in dispregio alla Costituzione e, possiamo asserirlo senza timore di smentite, secondo una visione reazionaria e fascista.
Per questo, anche chi è favorevole a una separazione delle carriere della magistratura, dovrebbe oggi rigettarla per l’attuale contesto politico culturale e giudiziario esistente, che non esalterebbe il garantismo, ma un giustizialismo politico.
Maurizio Ciotola