La filigrana sarda è un’arte antica di migliaia di anni che nasconde significati profondi e talvolta magici.

Un’antica leggenda narra che un uomo si recò in una Domu de Janas per chiedere l’aiuto delle fate, per conquistare il suo grande amore. Le Janas – questo il nome delle fate sarde – decisero di accogliere la richiesta del giovane innamorato e confezionarono, per la sua bella, un anello intessendo un filo d’oro. Ogni piccola sfera presente nell’anello rappresentava un chicco di grano, simbolo di prosperità e buon auspicio per la nuova coppia. Affinché l’unione funzionasse, la donna avrebbe dovuto indossare la fede nell’anulare della mano sinistra dove, secondo varie tradizioni, passerebbe la vena dell’amore. Le Janas, si racconta, erano anche in grado di intrecciare per sempre i destini degli uomini. 

Al di là della leggenda, oggi si pensa che l’arte della filigrana abbia avuto origine nella zona del Mar Egeo intorno al III millennio a.C. e che abbia poi raggiunto l’isola grazie al popolo etrusco. Ma la filigrana non è appannaggio esclusivo del popolo sardo: nel corso dei secoli, infatti, quest’arte si è diffusa dal Medioriente all’Occidente, riunendo le tecniche di diverse culture e solo in un momento successivo, entrando a far parte della tradizione dell’isola dei nuraghi.

È tra il 1400 e il 1500 che questa tecnica raggiunge la massima diffusione in Sardegna, anche grazie all’influsso delle nobili donne aragonesi che amavano portare diversi gioielli di filigrana nell’uso quotidiano. Dalle donne di ceto più alto poi, i manufatti in filigrana passavano spesso alle loro domestiche e diventavano così proprietà delle famiglie sarde locali, che lo tramandavano di generazione in generazione, di madre in figlia.

Introdotta inizialmente come complemento decorativo dell’abbigliamento riservato agli aristocratici, la raffinata lavorazione della filigrana si espanse successivamente, tra Settecento e Ottocento, anche nei costumi tradizionali e festivi delle classi meno abbienti.

La pregiata arte della lavorazione della filigrana consiste nell’esecuzione di un delicato intreccio e nella curvatura di sottili fili d’oro, lisci o ritorti, che vengono uniti in dei punti di contatto mediante l’impiego di saldature realizzate con lo stesso materiale del filo, ovvero l’oro o l’argento.
Il gioiello più caratteristico della tradizionale filigrana sarda è il tipico bottone in filigrana d’oro, a doppia calotta, sormontato da un piccolo cilindro in metallo prezioso che racchiude al suo interno un turchese o un altro materiale prezioso. I bottoni, come quasi tutti i gioielli della tradizione sarda, avevano la funzione di decorare gli abiti tradizionali e cerimoniali, maschili e femminili, durante le principali ricorrenze della comunità. In particolare, avevano la funzione di chiudere i polsini o il collo dei corsetti e delle camicie, sia di abiti maschili che femminili. Le dimensioni del prezioso gioiello variavano in base al ceto sociale di chi lo indossava o della zona di produzione. Il bottone che adornava l’abito da sposa era realizzato in filigrana d’oro e la sua grandezza dipendeva dalle possibilità di spesa dello sposo.

Il gioiello simboleggiava la fertilità e la prosperità, la forma infatti si ispira a quella del seno femminile. Tale simbologia risale alla dea fenicia della procreazione “Tanit”.

Un altro gioiello di filigrana, tipico della Sardegna, è la fede nuziale di forma piatta, tradizionalmente decorata con gocce d’oro e d’argento.

Numerosi sono infine gli oggetti di alta oreficeria che hanno decorato per secoli i costumi femminili, come le spille ornamentali che venivano appuntate sul velo che copriva il capo. Queste venivano fantasiosamente decorate con motivi geometrici e naturalistici che richiamavano l’influsso della simbologia di tutti i popoli che nei secoli avevano attraversato l’isola: fenici, romani, bizantini, spagnoli.

La millenaria tecnica della lavorazione della filigrana è alla base di una ricca produzione di ganci, bottoni, gemelli, catene, spille, orecchini, amuleti, talismani e anelli di grande finezza artigianale.
Tutt’oggi le botteghe dei maestri artigiani sardi seguono l’antica arte della lavorazione a mano per la realizzazione di questi preziosi oggetti di alta oreficeria.

Esiste inoltre una tradizione religiosa e devozionale che ha condotto alla creazione di preziosi oggetti in filigrana, come l’amuleto noto nell’isola con il nome di Occhio di Santa Lucia. Si tratta di un opercolo di conchiglia racchiuso entro eleganti fasci d’argento lavorati in spirali di filigrana.
Nei secoli si è sviluppata anche la tradizione dei cosiddetti “Breves”, ovvero piccole teche e astucci che, concepiti per custodire immaginette e rosari, vengono lavorati in lamina d’argento e rifiniti con decori in filigrana. I Breves hanno una forma tendente all’ovale e possono essere indossati come spille.

Oggi l’arte della filigrana è praticata con successo solo dai maestri orafi più abili: il loro percorso di formazione include non solo l’apprendimento delle tecniche pratiche, ma anche la conoscenza della storia e delle tradizioni locali, indispensabile per riprodurre fedelmente gli antichi gioielli della tradizione che possiamo ammirare nei negozi e durante le feste tradizionali.

Stefania Cuccu